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Fotografare la cucitura
di Nicola Dal Falco

«Fotografo la cosa che nessuno vuole. Tra lo scatto riuscito e quello sbagliato,
non scelgo né l'uno né l'altro. Mi interessa la cucitura tra due pagine.
Ciò che rimane sommerso o, per meglio dire, ciò che sta dentro sia ad una bella
foto sia ad una brutta foto, nell'atto stesso di premere il pulsante».
Prima di chiedermi cosa sarà il quid senza volto, ma concretissimo che riempie
le fotografie di Andreas Linder, mi guardo intorno e avverto la doppia presenza
di due fuochi.
Due fuochi, in senso ottico, due insorgenze, due punti non solo topografici.
Di sbieco, vedi il Sassolungo, puntato al cielo come un dito mentre, alle spalle,
c'è il col di Flames. La casa è costruita sul fianco della collina che, un tempo,
quando ardeva di fuochi, doveva animarsi nel buio come il dorso di un gran pesce,
come la schiena smisurata di un animale che si destasse in quel preciso istante.
Presenze ingombranti, appunto. Immagini eccessive, sia volgendo lo sguardo alla
montagna, troppo bella, troppo detta, sia pensando alle pire accese fin dall'età
del rame.
Che fare allora?
Ogni scelta meditata, tiene conto di qualcosa di sfuggente, del desiderio di
recuperare verità. Anche la scelta di Linder possiede questa tensione che non si
può definire altrimenti che etica: fotografare la cosa che nessuno vuole per un
bisogno di sincerità e anche di liberazione.
Cercare ovunque, senza preclusioni di temi e di luoghi, il lato apparentemente
inutile, disprezzato, non visto, è un modo di opporsi alla marea permanente di
informazioni levigate, ritoccate, seducenti.
La bellezza dispone anche di altre strade per manifestarsi, indagando gli
interstizi temporali, le cuciture tra luce ed ombre.
Il metodo impiegato è quello dello scavo in presenza di una stratificazione:
livelli successivi di buio, di corpi, di cose, di energia.
La strategia suggerita punta ad intercettare gli infiniti mondi che separano e
uniscono l'occhio dalla scena che pure lo comprende; ad alzare e ricomporre veli,
smascherando la prima forza delle apparenze, la tirannia di ciò che è opportuno,
accettato, tranquillo o, al contrario, magniloquente, iperrealista, provocante.

Attenzione, però, perché la ricerca di Linder, anche se circonfusa di un alone di
segretezza e di rigore analitico, non ha sfornato una morale tecnocratica, rigida
nei suoi postulati e nei suoi protocolli.
Il risultato non è mai controllabile al cento per cento.
Si sceglie una via, si immaginano delle tappe e poi, improvvisamente, poeticamente,
si giunge da qualche parte. Si contempla.
Un esempio in tal senso è la foto, scattata, posando l'occhio attraverso due obiettivi:
quello della macchina fotografica e quello di un cannocchiale.
Curiosamente, ma non troppo, la pellicola ha impressionato una realtà più sfuggente,
mostrando qualcosa d'altro.
Parafrasando, potremmo esultare, dicendo: viva le ottiche, abbasso le ottiche!

*

La presa in giro della macchina in quanto tale, delle sue illimitate possibilità,
il non esserne schiavo, rappresenta ancora un modo per piegarla alla propria volontà.
Violare il manuale di funzionamento, alterare il dato perfettibile e renderlo,
all'opposto, imperfettibile, permette a Linder di istaurare un nuovo rapporto di fiducia
con il mondo, trattandolo e facendosi trattare da cortese sconosciuto.
Questo reciproco stato di grazia, mai volgare, né supponente, ha comunque bisogno
di un ritmo, di una sequenza che rinnovi l'esperienza di un margine, di una zona
di passaggio che si estende e ramifica al di là delle azioni e delle immagini certe.
Forse, la questione capitale qui sollevata è il tempo che prima di svuotare e di
colmare le due ampolle della clessidra, sfugge e transita per un collo stretto di bottiglia.

Lucca, 4 novembre 2012


 
     













© andreas linder